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cosa significa vivere l’esperienza di una traversata a vela



cosa significa vivere l’esperienza di una traversata a vela
10.11.2017.

il racconto appassionato di una traversata a vela dalla Grecia alla Sicilia

Ultimo giorno, ultima notte d’un bel bel viaggio a vela, tra i capricci di Poseidone e Itaca.

Vento contro, mare contro, onde ravvicinate. Una successione di tre muri d’acqua ogni due o tre minuti. Ogni tanto una tregua illusoria.

“Adesso migliora”. Non è vero, lo so. Vedo anch’io quella sconfinata distesa ribollente di piccoli troll inferociti. Gli orchi sono solo nascosti dal caos, ma sono tanti ancora quelli da affrontare.

Gli occhi esperti che scrutano l’orizzonte non hanno voglia di accettare una traversata intera così. Leggo una preoccupazione che mi tranquillizza: non c’è nulla di terribile, ma solo una gran fatica in vista.

Senza tempo è la sfida tra la vela e il mare. Epica, dico.
Gps, pilota automatico, acciaio e vetroresina, ma il mare ti prende a sberle come su una galea. Non c’è storia.

Solo lì, in mezzo al mare, ci si sente davvero piccoli piccoli; più che in mezzo a montagne imponenti, perché le montagne hanno un profilo definito, mentre in mare ci si schianta contro l’Infinito.

Quando la nostra rotta intreccia quella dei cumuli carichi di pioggia di una perturbazione, un ciclone più a sud, fortunatamente riusciamo a passare tra una nuvola e l’altra senza bagnarci. E solo guardando indietro, vediamo una serie di trombe d’aria che attorcigliano come rasta le chiome di cotone grigio; coni affusolati che scendono verso il pelo dell’acqua; per lo più si fermano a mezz’aria. Una invece arriva a toccare il mare, il quale si solleva per decine di metri in una tromba davvero inquietante.

Per quanto piccoli, questi tornado sono disarmanti.

Abbiamo una fortuna enorme a vederli sfilare alle nostre spalle. Pochi minuti di ritardo nell’intersecare quella rotta e saremmo finiti in mezzo ad una situazione drammatica.

Poi ancora la sera, la notte, di bolina stretta, piegati su un fianco per ore interminabili a sbattere contro serie interminabili di onde durissime.

Mi sembra che davvero un dito maligno si appoggi sulla punta dell’albero della nostra barchetta per tormentarci. “Dio monello”, proprio a validare l’idea antica dell’Olimpo invidioso della gioia umana; e che ci usa un po’ per alleviare la noia dell’Eternità.

Infine anche tormentarci non è più divertente, per cui Poseidone cambia bersaglio e possiamo tirare un sospiro di sollievo.
Maledetto. Ha proprio cercato di farci odiare il suo mare.

Ci troviamo sorprendentemente grati alla monotonia del procedere a motore, dritti. L’amore per la bolina, sempre scenografica, ha avuto un imprevedibile mancamento. Per ora basta.

Così l’estenuante traversata può procedere senza l’indispensabile attenzione ed esperienza del capitano.

Fradici e salati come sardine, i nostri eroi possono riposarsi sotto coperta.

La costa si avvicina con una pigrizia messicana. L’aurora è grigia. L’alba rossa in pochi minuti si schianta su tetto di nuvole.

È finito il viaggio.

Il risveglio traumatico, come una finestra spalancata per costringerci ad alzarsi per andare a scuola, ai nostri obblighi, interrompe il sogno, ma non cancella il ricordo d’un carillon di emozioni bellissime.

ROTTA DI SFIDA
Agli schiaffi

di flutti isterici

resistiamo,

cullati da ruvide mani.

Leggere sublimano

le paure epiche

nella voce placida.

Speranze, miraggi,

parole per convincersi

oltre ai muri lividi

riflessi negli occhi inquieti.

Riverberi

d’acciaio lucente

dà il sole apatico

al tumulto di scudi

della testugo liquida.

La riottosa legione

senza tregua c’incalza

e s’intreccia e provoca

i dervisci ribelli

d’una parata solenne

di piogge incarcerate;

subdoli, silenziosi assassini

vorticando si protendono

a ipnotizzare il mare,

sedurlo, risucchiarlo

in un’unione perversa.

Non è l’Ora.

Non è sfida per noi.

Sgomenti e grati

ricacciamo l’impotenza.

Scricchiolii e fatica

stremano

drizze e palpebre

nell’impari rodeo

tra incessanti

tonfi e schianti.

Spietata la luna

riarma quel nero.

Spietato il vento

aizza quel nero.

Tedio finalmente.

Rotta testarda.

Non esiste sul mare

umana vittoria.

Levati dal maestro!

Leva quel dito

che ci sbanda e c’infossa!

Come formiche

per gioco tormentate

da un dio monello,

ci acqieta un sospir

di capricci mutati.

Dormi, Capitano.

Grazie.

Terra!

Un ronzio pacato,

profili lontani.

Lascia fradicia l’aria

un’alba e un tramonto

in mezza clessidra;

il globo rutilante

sorge e s’eclissa

s’un tetto di nubi.

Si torna a scuola;

finestra spalancata

sull’inverno obbligatorio,

così ci si sveglia

dal sogno turchese.

GRANDVAUX 29-10-2017

Antonio Skipper
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